La nonna, “A’livella”

Mia nonna paterna apparteneva ad una famiglia di contadini, non studiò e fu cresciuta con quella severità tipica del tempo che insegnava alle ragazze ad essere da subito perfette donne di casa.
Sapeva fare economia come nessun altro e accudiva mio nonno con estrema devozione e sottomissione.
Aveva un unico vanto: conosceva a memoria “A’ livella” di Totò.
Il due novembre andavamo tutti al cimitero e spesso si chiedeva a nonna di recitarcela.
Con il rossore di chi non è abituato a star al centro della scena la recitava con gli occhi bassi e, arrivata a quell’ultima strofa, “perciò,stamme a ssenti…nun fa”o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”, le guance divampavano ancor di più e all’entusiasmo di noi nipoti che le battevamo le mani per l’ammirazione d’aver ascoltato quel grande sforzo di memoria, partiva la sua carezza come a dirci ” tranquilli, così mi imbarazzate, io sono solo una donna umile”.
Negli ultimi anni di vita mia nonna si ammalò di alzheimer e le scendeva sempre una lacrima quando non ricordava i versi di quella poesia.
“Non riesco, leggimela tu, non me la ricordo”.
Avevamo a casa un libretto che la conteneva e come se fosse una bambina gliela leggevamo con la sua voce che ci faceva da eco alla fine di ogni strofa.
E allora quando è il 2 novembre me la rileggo da sola, ” A’ livella”, la poesia che amava tanto.

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