Mastro Antonio

La storia che sto per raccontarvi è una storia vera, dal sapore di una Salerno mantecata di tradizioni con un retrogusto di sacrifici. Mettersi in marcia per stradine e vicoli significa ripercorrere la storia di quel che fu, in quegli anni in cui ai genitori si dava del voi e le campagne offrivano da sole tutto il necessario per sopravvivere.

Mi sono ritrovata nel vicolo Cassavecchia di Salerno, ed è da qui che voglo cominciare, dalla storia di mastro Antonio, un anziano falegname che opera da anni nella sua storica bottega tra arnesi arrugginiti, libri, vinili, foto di nipoti, figli e celebri donne da copertina.

Sulla porta d’ingresso mi saltano subito agli occhi delle targhe riportanti scritte in greco e in latino e in sottofondo sento il grachiare di un disco che manda in onda una sinfonia di Bach che scopro essere il suo compositore preferito. Da qui già comprendo che non sarà una chiacchierata come tante altre.

All’interno si respira un’aria polverosa, il tempo sembra essersi fermato, ad entrarvi si ha quasi l’impressione violare la sua privacy. Sono in un tempio di ricordi, di oggetti accumulati in una vita, non un semplice luogo, ma un contenitore di giorni vissuti con fervore, sono dinanzi ad una persona che ha tanto da raccontare.

Adagiatosi in una poltrona dalla tappezzeria distrutta, con i suoi occhi celesti e le sue mani consumate dalla fatica, comincia a parlarmi di sé ricostruendo con entusiasmo e commozione tutto il suo percorso, quel percorso che dopo tanta fatica lo ha portato qui, tra gli storici palazzi del centro storico di Salerno, a lavorare con la stessa dedizione di sempre.

“Ho imparato il mestiere di falegname a otto anni. Ero il sesto di sei figli, tutte femmine, io ero l’unico maschio, non ho mai conosciuto mio padre e mia madre ci cresceva da sola. Erano tempi duri quelli dopo la guerra e mia madre faceva la governante presso ricche famiglie, e siccome doveva lavorare giorno e notte a cinque anni decise di chiudermi in un orfanatrofio in quel di San Severino gestito da suore e monaci così da non farmi fare una brutta fine. Credeva di preservarmi da una vita un po’ infelice, oggi non saprei dire se ha fatto bene, forse, se non mi avesse portato lì, sarei stato più felice di intraprendere una vita in campagna a contatto con la terra.

I monaci nell’istituto avevano un laboratorio di falegnameria e da loro ho appreso tutti i rudimenti di questo mestiere. Eravamo quattro bambini di otto anni e fummo in grado di allestire da soli i guardaroba dei monaci. C’era un clima oppressivo, erano violenti, meglio che non lo racconto, ho subìto tanta violenza e mi chiamavano in ogni modo, con ogni offesa possibile. Tutte le mattine dovevo fare il ministrante alla messa delle sei e in quel periodo ho capito cosa significava il vino, andavo dietro l’altare e mi facevo un sorsetto, per questo oggi sono un bel po’ bevitore

Poi c’era il padre guardiano che si chiamava padre Gabriele che suonava divinamente l’organo e da lì che è nata la mia passione per la musica classica, soprattutto per Bach che lui suonava sempre.

Padre Gabriele instituì un coro e siccome avevo una voce particolare mi mise a fare il solista, una ragazza del paese, figlia di un vigile urbano, si innamorò della mia voce e chiese al padre di invitarmi a pranzo a casa loro. Furono delle persone gentilissime, ogni domenica pranzai da loro e prima di andarmene mi davano sempre un fazzoletto pieno di 10 lire, di quelle grandi grandi con la pigna d’uva sopra, ma appena rientravo dai monaci quel fazzoletto mi veniva requisito. Mica ero furbo come i ragazzini d’oggi, io non nascondevo niente ai monaci, avevo paura e poi qualcun altro dei ragazzi, magari tra quelli più grandi, avrebbe potuto prenderseli lui. Da quel posto ho tentato di scappare ben tre volte, correvo alla stazione e mi nascondevo sotto i sedili ma la polizia mi trovava sempre e mi riportavano là.

Dopo la terza fuga mia madre decise di portarmi a Salerno all’orfanatrofio Umberto I e lì facevamo una vita quasi da militare, la sera ci mettevano nel piazzale a marciare per un’ora avanti e indietro. Anche da lì scappai moltissime volte fin quando l’istituto inviò a mia madre la famosa lettera rossa con cui la informava che ero stato espulso. Io sono nato in campagna, libero, quella per me era una prigionia.

Mio padre in tutta la mia vita l’ho visto solo una volta, quando avevo 11 anni, me lo indicò mia sorella maggiore un giorno che lo incontrammo, ma non ebbi il coraggio di avvicinarmi, all’epoca c’era grande rispetto verso i genitori, anche verso quelli che non si erano proprio comportati bene”.

 L’Italia del dopoguerra, il fazzoletto con le dieci lire, le lettere rosse recapitate alle famiglie, l’enorme rispetto verso i genitori, i bambini che venivano portati negli istituti, nel giro di pochi decenni quante cose sono cambiate. Tra quelle quattro mura sta parlando la storia, una Salerno tramutata profondamente nelle sue radici. Mi guardo attorno e tutti quegli oggettini che ci circondano cominciano ad avere un senso. Bach ci accompagna in sottofondo e persino lui sembra aver rispetto del racconto di quella storia di sofferenza lasciandoci così proseguire nella nostra chiacchierata senza sovrastare le nostre voci.

A 16 anni, poi, ho fatto una scuola di fotografia, a Torrione, alle spalle del Forte La Carnale. Stavo in mezzo alla strada e vidi questo manifesto che la pubblicizzava. Sono sempre stato un appassionato d’arte, facevo parte degli Irrequieti, il primo gruppo di persone che fondò Salerno Porte Aperte. Dopo un anno ricevetti il diploma di cineoperatore, ma è stato solo un momento, perché poi decisi di andarmene, ero senza lavoro, girovagavo sempre sul Lungomare e così un amico mi disse di un lavoro in Piemonte nell’industria chimica che oggi si chiama Montedison. Arrivammo di notte, faceva un freddo mai provato prima, eravamo a 15-14° sotto 0, mi misero un piccone in mano e avevo il compito di rompere il ghiaccio che si formava per il freddo tra i binari su cui passavano i macchinari. Ma un giorno passò un perito chimico, vide che ero un ragazzetto e decise di farmi cambiare mansione, mi misero vicino ad un forno profondo 500 mt che produceva DDT. Avevo dei turni estenuanti, vivevamo in un paesino di poche anime e il massimo che potevo fare nel tempo libero era andare a giocare a carte con i vecchi e bere con loro. Una mattina, però, un altro operaio mi disse che con quel lavoro saremo morti tutti perché respiravamo gas cancerogeni e così non me lo feci dire due volte. Mi licenziai. Da lì mi trasferii a Milano, erano gli anni ’60, non avevo neanche i soldi per comprare il biglietto per tornarmene al Sud. Rimasi sconvolto del razzismo che c’era verso i meridionali, pensa che a Domodossola c’erano i bar per i settentrionali e quelli per i meridionali. Ti inquadravano subito, capivano subito che venivi dal Sud e ti evitavano come la peste. All’estremo delle forze venni a sapere che alla stazione di Milano c’era una sorta di centro di accoglienza per immigrati e così mi intrufolai per trovare un lavoretto. C’era una lunghissima fila di persone e mi misi in coda, all’improvviso sentii urlare che c’era un posto nella Polizia stradale come famiglio, cioè avrei dovuto far parte della famiglia della polizia, lavorando e vivendo in caserma con loro. Alzai subito la mano e urlai con tutte le forze <<io, io>> e così mi diedero l’indirizzo per andare a fare il colloquio: p.zza Prealpi, non me lo posso dimenticare. Arrivai lì ed ebbi la fortuna di trovare il cuoco della caserma che era di Cava ‘de Tirreni, un meridionale come me. Capì subito quanto avessi sofferto e guardandomi si accorse che pesavo circa 45 kg, non avevo neanche più i soldi per mangiare. In un attimo mi apparecchiò la tavola, mi diede un’enorme bistecca di carne e mi fece mangiare tutto quello che poteva.

Fortunatamente per me cominciava un periodo migliore, divenni aiuto cuoco. Guadagnavo 28.500 lire al mese, all’epoca erano bei soldi. Non ne spendevo neanche uno, mettevo tutto da parte, anche perché avevo la fortuna di mangiare e dormire gratis in caserma. In seguito conobbi anche un agente del Sud che mi propose di provare un altro lavoro, stavolta come chef. Mi feci convincere. Mi portò in un paese vicino Varese. Entrammo in questo enorme casale abbandonato nel nulla, c’era solo vegetazione attorno. Era un ristorante famosissimo in cui andavano a mangiare solo vip. Io ero addetto alla polenta, dovevo cuocerla. Un coppino di polenta e un pezzetto di quaglia 3.000 lire, solo persone ricche potevano permetterselo. Ho conosciuto Adriano Celentano e tanti altri vip di Milano, ci avevo preso un po’ gusto, a fine cena uscivo dalla cucina e li andavo a conoscere con la scusa di chiedere loro se gli fosse piaciuta la cena. Cominciai a guadagnare 60.000 lire al mese, mai visti tanti soldi, guadagnavo il doppio di un professore del Sud. Ma un bel giorno mi arrivò la lettera per il militare, a dire il vero potevo anche non andare a farlo, ma siccome sono un irrequieto decisi di partire. Mi mandarono a Messina, finalmente ritornai nel mio Sud. Congedato dal militare, dopo tutte queste peripezie, nel ’75 decisi che dovevo rimettere piede nella mia Salerno, ritornare a casa, e così impugnai il mestiere che sapevo fare meglio e aprii bottega, ed oggi eccomi qua, in queste quattro mura da 40’ anni a chiacchierare con te”.

Mi guarda dritto negli occhi, aspira un tiro dalla sua sigaretta, caccia fuori il fumo e sorridendo mi dice “tutto qui”. Da questo “tutto qui” potrebbero nascere riflessioni, considerazioni e confronti infiniti. Questo il racconto di quel che fu un ragazzo della Salerno degli anni ’60, ricco di entusiasmi ed aspettative tipici della sua età. Figlio della miseria, costretto ad emigrare per far fortuna. Cosa cambia ad oggi? Forse cambia che i km si percorrono in meno tempo, che le strade si trovano prima con Google maps, che le battute razziste vengono fatte non solo nei bar e che le partenze vengono effettuate nella maggior parte dei casi con un attestato di laurea in mano, ma gli obiettivi sono sempre gli stessi: realizzarsi, far fortuna e, in molti casi, ritornare qui, sul mare, ad affacciarsi sul golfo, per riabbracciare gli affetti, gli amori, la vita desiderata.

Questo è il racconto di una vita appassionata, tormentata, che somiglia a tante e a nessuna. Una testimonianza concreta e reale di una persona che ha deciso di provarci. Sono sempre più convinta che le date e gli eventi si studiano sui libri ma si verificano solo nelle persone, nella commozione dei loro occhi e nel gesticolare delle loro mani.

Ringrazio il signor Antonio che tanto mi ha donato, do un ultimo sguardo alla sua bottega e mi colpisce un ultimo oggetto: la foto di un bambino che piange diserato.

Quella è la prima foto che ho scattato quando credevo di poter diventare fotografo, è mio figlio. Ti insegno una cosa, gli affetti sono le uniche cose che ci fanno dire resto, mi fermo, sono qui ed oggi il mio qui è tutto rinchiuso in queste mura. Non ho bisogno d’altro

Lo abbraccio, non gli chiedo nient’altro, lo ringrazio e guardando i suoi occhi celesti gli dico “a presto“.

Matro Antonio è il falegname più storico della mia città, tutti gli vogliono un gran bene e tutti sanno che se dimenticherà qualche appuntamento sarà solo perchè stava ascoltando un vecchio vinile mentre sorseggiava un bicchiere del suo amato vino. Alcune persone si salvano per questo, per la loro anima irrequieta.

 

Mastro Antonio è morto tre dopo questa chiacchierata, l’ho riposto su una piccola mensa del mio cuore, come tutti i ricordi esposti nella sua bottega a cui era tanto affezionato.

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